10 settembre 2018

Essays of soft bubbles

Immondizia con dignità.

Bisogna sapere aspettare perchè le cose prendano dignità. Ci sono esempi famosi e altri disgustosi che il tempo ha poi sanato e ha reso dignitosi.
Ora capita spesso che i segni del tempo, le tracce, le malversazioni diventino qualcosa di acuto o perfino morbido.
Nel caso nostro molli.
Se dovessimo decifrare i segni di questo tempo intemperante, l’immodizia ne sarebbe certamente uno di questi. Forse tra i più significativi. A rendere dignitosa l’immondizia sono gli uomini perchè trapassano e, andandosene, lasciano davvero poco. Nel poco le loro deiezioni ingombranti possono essere dichiarate a ragion veduta un segno tangibile del loro passaggio.
Tangibile, toccabile e, nella loro deformità, forme che diventano virtuose.
Una bella rappresentazione di quanto distruggere, piegare, rimandare ad un altro senso o nasconderle, sotterandole, possa diventare una specie di algoritmo del tempo. Non serve l’apporto dei grandi pensatori per rendersi conto che siamo vicini ad un evento macroscopico e annunciato. L’immondizia assume la dignità dell’uomo trasformandolo ma anche tracciandone il passaggio.
Ora perchè inguainarle?
La risposta è un gesto d’arte, ovviamente. Non un pensiero del tempo. L’immondizia concede senso anche in mancanza di pensiero, punge senza muoversi e soprattutto incarna senza mai essere nata. Vorrei che non perdessimo il punto di vista centrale.
Non si tratta di osservarne la forma e nemmeno la materia.
Non si tratta di sovraccaricare di peso ciò che per sua natura è pesante e ingombante.
Si tratta piuttosto di accettarne l’esistenza non come qualcosa di differente da noi, non la loro insopportabile presenza bensì, per così dire, dimorarci accanto.
Le guaine molli che hanno per oggetto oggetti immondi stanno a dirci che di lì siamo passati noi, col carico di scarti e scorie ma anche con il nostro presente spesso altrettanto ingombrante.
C’è, ed è noto, una volontà nell’uomo di lascare segni e tracce. Anche questi tempi lasciano segni ineludibili, puzzolenti e immondi. Non mi parrebbe strano considerare che i segni del nostro tempo sono lì ben espressi dalla immondizia senza dignità che si appropria di una dignitosa esistenza.
Si può dire di più e forse esagerare. Consegnamo alla immondizia il compito di ricordarci che siamo esseri viventi. Mai prima d’ora il mondo si era espresso in forme come questa. La trascendenza è stato il sogno di una cosa, ma l’abbiamo assimilata, sversata e infine incenerita perchè non avessimo testimonianza del suo passato. Ora la cosa si fa sottile e intelligente. Mai prima d’ora il mondo aveva avuto un rapporto così intenso e problematico proprio con ciò che si lascia alle spalle come inutile, insufficiente e forse addirittura deficiente. Non proiezioni bensì deiezioni.
Ecco di cosa stiamo parlando.
Parliamo di una arte che decide che ciò che si vuole avvolgere è un presente stratificato in deformità sovrapposte e sovraesposte. Non stiamo decidendo una gerachia delle cose bensì semplicemnte le trasfiguriamo e nel farlo informiamo il mondo della loro esistenza. Le cose gettate tornano senza un ordine che prima gli conferiva un altro senso. Il salto è svelto e immediato. Ciò che ha senso ora un attimo dopo non lo possiede più. Non è forse un buon modo di dire del nostro mondo. Pensiamo alle chiacchiere che lo governano. Non sembrano lì per lì avere un senso che risponde ad un ordine? Salvo pochi istanti dopo perderlo?
Nella loro presenzialità non accade forse che ne siano deprivate come cose da gettare in discarica? Non è questo il tempo dei predicati di rimando, quelli che si costruiscono sul senso che è nato come un altro senso? Versare sversare, costruire, decostruire, strutturare, destrutturare ecc.? E non è questo il tempo di una morte rimandata ad oltranza, fino al momento in cui soltanto un’espressione ebete ci rimane sul volto a significare il nostro stupore per un evento che assomiglia alle mille volte in cui abbiamo buttato qualcosa senza riconoscerene alcuna dignità. Ora ci sono le guaine molli che instaurano la necessità di una riflessione circa il nostro presente e il nostro ingombro nel mondo. Diversamente tutto rimarrà eternamente ebete come la morte.