Quando un artista ha un cognome che sembra un nome d’arte, nasce
già fortunato. «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa
luna?», così cantava, di notte, il pastore errante di Giacomo Leopardi.
Anche l’artista Errante è pastore, ma non sono pecore quelle che chiama
a raccolta, bensì idee. Le raccoglie e le materializza per proporci le
sue suggestioni e le sue intuizioni. Si tratta di un lavoro evocativo e
intimo che si ispira alla musica, all’industria e all’agricoltura. Dalla
preparazione di una complessa mestica, esce il materiale magico di
Errante, la guaina molle. È una plastica morbida come la carne, ma
grintosa come la lava con cui l’artista può avvolgere e fissare per sempre
ciò che lo affascina.
Errante è come un vulcano in eruzione, copre e fissa. Le opere che
nascono grazie a questo procedimento sembrano compatte, ma al
tatto si piegano, perché Errante cattura l’anima, non il corpo delle
cose, lasciando alle impronte che vediamo il compito di descriverci di
che anima si tratti. Un lavoro, quindi, apparentemente concreto, ma
in realtà astratto e filosofico perché l’anima, come l’aria e la musica, si
può sentire, ma non si può afferrare. Errante, invece, ci consente di
toccare questi spiriti: se spingiamo con la mano la sua opera, la forma
si flette e, per un attimo, possiamo entrare nell’essenza dell’oggetto
inguainato. In questo modo l’artista riesce a creare una sorta di biografia
spirituale del nostro tempo che spesso ridà dignità a un’immondizia
dimenticata.In mostra è presente un’installazione. È la stanza poetica di Errante,
ma è anche la stanza della poetica di Errante, errante e catturabile, che
vaga e ci conduce nel mondo dell’artista. All’esterno, una parete nera
fa uscire dal tetto di eternit un ammasso di ferraglie e di motori. È
archeologia industriale, è il ricordo dell’anima della fabbrica, è nostalgia
per lo stabilimento. Sembra ancora di udirne il rumore.
All’interno, invece, in una sorta di tenda beduina, di stanza della
meditazione, dalle pareti bianche escono tromboni, sassofoni, violoncelli,
canneti, porte, bottiglie, cassette della frutta. Tutto si può inguainare.
Il soffitto è di mele, pronte per essere colte e il pavimento, scuro,
è anch’esso molle. Come diceva Carlo Scarpa «un pavimento lo si giudica
coi piedi». La sensazione passiva che ci trasmette, infatti, fa riflettere
sul significato del camminare.
Nella camera delle nove opere gli oggetti si raccontano: i tubi e i sifoni
sembrano un groviglio di forme chiare e pure; il cumulo di canne
per innaffiare è diventato involontariamente la rosa a cui dava acqua;
i motori, scuri, sembrano avere ancora addosso la luce dell’olio lubrificante
e pare persino di sentirne l’odore; le zucche, generose e sensuali,
sono lì, a portata di mano; i fichi, caoticamente intrappolati. Non
manca il tributo all’uovo e l’omaggio romantico a una Vespa color
rubino. Infine, un’elegante smerigliatrice verde su campo nero ha al
suo fianco l’operaio che l’adoperava. Questo operaio è un artista. C’è,
ma non si vede. Si chiama Errante.