PHILIPPE DAVERIO - JEAN BLANCHAERT
L’OPERAIO CHE INGUAINA IL TEMPO.
Quando un artista ha un cognome che sembra un nome d’arte, nasce già fortunato. «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?», così cantava, di notte, il pastore errante di Giacomo Leopardi.
Anche l’artista Errante è pastore, ma non sono pecore quelle che chiama a raccolta, bensì idee. Le raccoglie e le materializza per proporci le sue suggestioni e le sue intuizioni. Si tratta di un lavoro evocativo e intimo che si ispira alla musica, all’industria e all’agricoltura. Dalla preparazione di una complessa mestica, esce il materiale magico di
Errante, la guaina molle. È una plastica morbida come la carne, ma grintosa come la lava con cui l’artista può avvolgere e fissare per sempre ciò che lo affascina. Errante è come un vulcano in eruzione, copre e fissa. Le opere che nascono grazie a questo procedimento sembrano compatte, ma al tatto si piegano, perché Errante cattura l’anima, non il corpo delle cose, lasciando alle impronte che vediamo il compito di descriverci di che anima si tratti. Un lavoro, quindi, apparentemente concreto, ma in realtà astratto e filosofico perché l’anima, come l’aria e la musica, si può sentire, ma non si può afferrare. Errante, invece, ci consente di toccare questi spiriti: se spingiamo con la mano la sua opera, la forma
si flette e, per un attimo, possiamo entrare nell’essenza dell’oggetto inguainato. In questo modo l’artista riesce a creare una sorta di biografia spirituale del nostro tempo che spesso ridà dignità a un’immondizia dimenticata.In mostra è presente un’installazione. È la stanza poetica di Errante, ma è anche la stanza della poetica di Errante, errante e catturabile, che
vaga e ci conduce nel mondo dell’artista. All’esterno, una parete nera fa uscire dal tetto di eternit un ammasso di ferraglie e di motori. È archeologia industriale, è il ricordo dell’anima della fabbrica, è nostalgia per lo stabilimento. Sembra ancora di udirne il rumore.
All’interno, invece, in una sorta di tenda beduina, di stanza della meditazione, dalle pareti bianche escono tromboni, sassofoni, violoncelli, canneti, porte, bottiglie, cassette della frutta. Tutto si può inguainare. Il soffitto è di mele, pronte per essere colte e il pavimento, scuro, è anch’esso molle. Come diceva Carlo Scarpa «un pavimento lo si giudica
coi piedi». La sensazione passiva che ci trasmette, infatti, fa riflettere sul significato del camminare.
Nella camera delle nove opere gli oggetti si raccontano: i tubi e i sifoni sembrano un groviglio di forme chiare e pure; il cumulo di canne per innaffiare è diventato involontariamente la rosa a cui dava acqua; i motori, scuri, sembrano avere ancora addosso la luce dell’olio lubrificante e pare persino di sentirne l’odore; le zucche, generose e sensuali, sono lì, a portata di mano; i fichi, caoticamente intrappolati. Non manca il tributo all’uovo e l’omaggio romantico a una Vespa color rubino. Infine, un’elegante smerigliatrice verde su campo nero ha al suo fianco l’operaio che l’adoperava. Questo operaio è un artista. C’è, ma non si vede. Si chiama Errante.
Jean Blanchaert
 
 
federico@federicoerrante.com
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